Chi ha mai sentito parlare di Carlo Corallo?

Un nome che fa rima, e lui di rime ne fa tante, in maniera quasi asfissiante.

Un ragusano trapiantato a Milano, come tanti, studia per amalgamare le parole nei testi, il 26 Ottobre ha pubblicato un EP che odora di Sicilia e di voglia di tornare.

Ascolta: fallo in solitudine, chiudi gli occhi e scopri la nostra isola, fatti coccolare da liriche non banali.

Chi vuole il mare e brama il petrolio che esso racchiude
non sa che il tesoro é lo stesso baule.
L’isola é selvaggia e rude,
elude l’ordine delle fabbriche in serie,
entra nelle vene: chi la gira va oltre quello che vede,
la Sicilia non é una donna che si cura
ma é una donna che é sicura di volerti bene.

Ora buon ascolto.

Testi:

Intro

Nella mattina purpurea della campagna sulfurea, sicula, le ombre presto crescono come ziqqurat che prima ad acqua e sole piacquero; la luce é interprete, traduce in vertebre un amore di vapore acqueo. In un attimo, le foglie di gelso cadute rendono l’anima oro e non sento paura. Chi vuole il mare e brama il petrolio che esso racchiude non sa che il tesoro é lo stesso baule. L’isola é selvaggia e rude, elude l’ordine delle fabbriche in serie, entra nelle vene: chi la gira va oltre quello che vede, la Sicilia non é una donna che si cura ma é una donna che é sicura di volerti bene. E in questo gioco ha già vinto, vedo l’Etna dall’aereo: é il mio ritorno a Zacinto. Cielo limpido come mai devi abbandonare il sole da quassú per le sfumature di blu come Miles Davis?

Etna

Dal più grigio portale all’ufficio postale, un uomo, pare, dal fare ligio fa un litigio nell’edificio centrale ed ha il vizio di mormorare, vuole superare il tizio precedente nelle trame dell’ambiente verde e rame all’inizio lascia perdere ma poi riprende e ed esce per le strade, col sorriso niente male di un mittente che riesce a spostare in corsa ogni nuca che là sosta e torna a mettere le lettere nella buca della posta Ha la chioma bruna e la barba rossa, il viso dimostra che la fortuna non gli ha dato che un primo giro di giostra ancorato sulla terra ruvida e la sua crosta, ha l’andatura di chi quando riceve cura si sposta Canta,suda e zoppica, mentre scappa tra la sabbia bianca e scambia la baracca per una sorta di rocca, ha una visione distorta della casa diroccata in cui il bastone dirotta su un bastione al costone di roccia Non bussa alla porta, vive solo da anni, tra mille vasi di terracotta ma con il sole davanti e la pressione che una volta tempra la forca ai braccianti ed altre tempera le armi dei cacciatori nei campi coliche e crampi, al pollice i calli,ed ha un polso come un tronco così grosso che non conosce i guanti, in quanti hanno spinto la maniglia di forza e si mostra vaniglia alla scossa che imposta dalle falangi tutti i giorni santi in laboratorio lavora l’oro sopra il banco bianco come l’avorio degli elefanti//lontano dall’odio e pure dal coro di quei passanti: lo chiamano l’uomo d’armi sposato con i metalli ma sbagliano nei dettagli non porta coltelli o magli, vuole che il suo fuoco abbagli e non bruci di certo gli altri, sulle nocche ha cento tagli a procurarglieli è la notte, confonde se è presto o tardi,ed il sole coi temporali// se perde la cruna sente paura mentre fa l’una e una volta ogni mese scopre la luna come Ciaula/ ha le gambe protese sempre più tese nella radura e le valli scoscese in mezzo alle crepe e la pietra dura// poi sfiora la serratura e ritorna alla venatura sulla pressa la lama sembra contenta lui l’ama come si fa con una dama o una contessa mentre aumenta quel caldo nella sua testa e la carbonella è più spessa corteggia leghe come le prede di una leonessa e mentre martella ogni materia si fa compressa a volte convessa, il metallo lo vede come un prete e non c’è rete per il fedele che si confessa rit. Tutti i fan della fuliggine stan prendendo un deltaplano per piegare le ali rigide sulla rotta di un vulcano e tornare alla tua origine sì, può sembrarti strano ma se a un re non resta un principe capisce com’è difficile essere uno schiavo Il caldo è tanto e ha sempre abitato il posto su in cima e chissà se è nato prima il vulcano o la sua fucina si chiede la gente cinica della città vicina che coltiva l’ira come la spiga sulla collina qualcuno sentiva da bimbo, che in passato l’uomo è stato tra le stelle e forse ha toccato l’ Olimpo, sfiorato con la sua pelle la vita da bello e ricco ma dopo è rimasto cenere e venne nel ventre fitto del grande vulcano siculo, sfidò un viaggio marittimo che gli distrusse fisico e spirito su un relitto, dicono ora aspetti da solo sulla montagna, in quella stanza, ha la speranza di rivedere suo figlio il giovane è via da piccolo, tremando in un viaggio per l’istruzione con l’intenzione del fabbro di dargli una professione senza tensione e star calmo del fatto che un giorno torni nella polvere per soccorrere il babbo ma intanto lui invecchia più stanco la primavera spedendo un messaggio affranto ogni giorno quando fa sera sperando che il figlio legga e risponda alla sua preghiera e un postino lasci un epistola, affissa sulla ringhiera Scrive ” Ciao sono E, puntato, tuo padre anche stanotte io ho sognato di rivederti tornare tu bello come la mamma, ti vedo mentre cammini ed invece sto in mezzo al magma, le coltri nere e i camini chissà se hai chi ti ama, se studi o forse ti alleni io ormai sono di lava ed ho gli occhi come crateri, ti saluto, sperando nel tuo arrivo dalla costa in mio aiuto, sai,mi manca la forza e tremano le ossa Così durante un alba rossa, di quelle semplici sibili,insetti e serpi svegliano i setti desertici e la risposta in quei sedici anni attesa nel tempo è nella borsa di un postino che bussa mattina presto la porta è aperta ,nessuno grida “esco”, poi l’addetto toglie il cappello e ritrova morto il corpo del vecchio Sai, Il destino amaro è questo nel testo un “padre, ti amo” inviato al destinatario Efesto

Scilla e Cariddi

Dal terreno bagnato dal Tirreno barcaioli col corpo lasciano il porto nel primo colpo di remo, la coltre e il suo velo corto, diremo, coprono il vero solco e invero sotto dormono a bordo e molto di meno// ma bevono il doppio: un sorso di nero da un calice rotto//e per un goccio leccherebbero pure un coccio di vetro, ad ogni scorcio quel cielo diventa rosso e il moto ondoso dopo poco ha già percosso per il percorso di un metro// Si muovono a tratti lenti, a curve, con reti rotte oppure in rotte e sentieri corretti dalle correnti e tra i venti nel mare mosso hanno falle come torrenti che fanno i commenti amen e poi le barche conventi// Odisseo, ne copre i vertici e vispo di anni tredici ritira già quei dentici avvolgendo i mulinelli, con gli stivali mimetici e il sale fisso tra i capelli osservato dai fratelli che quasi stentano a crederci// Soleva immergersi nel mercato, cresce in strada, tra ogni tenda e scala, sedia e scatola dove sopra ogni primizia fresca di giornata primeggia la punta gigantesca sopra testa del pesce spada//pescato a mo’ di esca per vendere ventresca prima che la gente esca e prima che la merce scada, lui piazzato là, i coetanei a un’altra festa in spiaggia, mentre squarcia un’altra pancia brandendo coltello e spatola// vira la scapola, tira lo spago ma resta sempre la sagoma di una spigola a stritolare la sagola, e non la bestia avida e strana, di fame massima stanca di far man bassa di ogni carcassa e tracina//la massa segue la traccia che lascia, dalla plancia porta la barca verso le braccia dell’acqua placida, dicono una patina magica la protegga e la potenza sia la causa di quando il mare si agita// in quei posti ai bambini raccontano storie infantili ma buie che descrivono due mostri marini con grossi canini, indomiti, carnivori, reincarnazioni sotto le imbarcazioni degli uomini cattivi//catturarli e portarli al focolare avrebbe reso anche il fabbro locale il più popolare dei cittadini, colorare d’oro dieci catini, ricompensa per lasciare il lavoro e dimenticare le cicatrici// e in quei tempi difficili, la crisi, chiunque la respira come l’aria estiva nel clima di una vita mai festiva, in una civiltà silente, Palestina, Odisseo va via dalle residenze, è resiliente a stare in stiva// per l’abisso nello stretto di Messina dove la foschia che schiva si manifesta anche in ogni sua cresta e spira, quando la bestia muove la testa e dopo si arresta vibra la terra ricca di campi di pesca e spiga// ha la canna da pesca nella sua mano, la destra e sfila del pane azzimo prima condito con latte d’asino, saltano salpe e sarde intrecciate come le piante nel bricolage in cui la briciola apriva la prima primula// neanche una creatura mistica, Odisseo sferra calci su un amico che ne imita la mimica, dicono abbia pinne come falci e denti come ganci, lui pensa a quelle fauci e a quante collane farci//poche remate avanti, tre scogli poco distanti, rendono tutti distratti e poi fanno iniziare i pianti, fanno saltare i patti quando gli altri su quei sassi vedono infrangersi le assi di una barca che sbanda tra i corpi arsi//di pescatori sparsi al grido di allontanarsi ma i venti cambiano fasi e i presenti saltano pazzi, nei corsi salmastri risalendo l’onda dentro l’ombra dei fasci dei frassini, uomini magri e pesci grassi// leggera come una foglia e il vento nella chioma folta raggiunge la costa opposta, arancione la giovane flotta, ma la storia racconta nelle fosse ci fosse un’altra bestia immonda, che riesce a mandare in orbita un pesce nell’acqua torbida// Odisseo prende l’esca e conta fino a notte fonda e in attesa pensa che la sua lenza non sia più morbida, ma quella pretesa fu una sentenza e la bestia orrida stringe la presa, colpì distesa la barca sordida// ora tutto crolla e resta sulla soglia solida mentre la ciurma morta è raccolta nella tempesta, il ragazzo dà uno sguardo a destra al ronzio di una vespa che è adesca la pianta solita// la bestia era detta infernale chi la vuole affrontare finisce per affondare, si unisce al fondale , ma Odisseo è vivo, aggrappato a un albero di fico pescato dal suolo antico e mai rigettato in mare//

Aretusa

Investimi di nuovo, che stili di nuoto potrei esercitare per venire da te e vestirmi di tee e riempirmi di vuoto Versare una donna dentro un uomo, spargere quest’acqua sopra il fuoco, argine del logos, margine del luogo in cui invertiamo il moto per non incrociare le nostre linee Aretusa, racchiusa in un campo alla valle umida, ascoltando con la musica un gatto che fa le fusa, passa il giorno in tunica a contatto col prato del padre contando le strade dalla sua mansarda rustica. // D’ estate quasi per causa ludica, fa parte della fauna di uno stagno quando fa un bagno nuda, e la natura di campagna la accompagna cantando, scaldando l’ugola mentre passa ogni luna e vaga ogni nuvola. Il tempo la fa matura come l’uva e molto presto, tutto questo la rende il frutto più fresco della radura, il fiore di pesco ramato, bramato da ogni creatura con rispetto, lei che taglia il mughetto e quasi chiede scusa// un muretto di pietra ruvida circonda la tenuta ma non di valore, ricca di ombre e non di calore. Ed il padre coltivatore fatica dalla mattina fin quando da bambina in quella cascina dormiva ore.// Usa poco il televisore e l’elettricità ,motivo d’ impressione o eccentricità per persone dei centri città, va bene a scuola e lo fa con semplicità ma resta sola, ignora i pregiudizi e sa i pregi di Sartre// Dopo scuola torna al rudere, sorge tra i rami alti, le mura coi rampicanti, le piante sono le uniche a volersi unire a una famiglia umile, priva di piani grandi, prima nel recapitarti tra le suddite. // Un giorno di luce cuce nel bruno del buio lugubre, legge un libro così bello per cui benedice Gutenberg, finisce quello e parte con delle vivande crude e il pane per placar la fame delle nutrie che lei nutre. //lì Impegna le mani nude col cesto di vimini, a passo lento tra cento viti, madri dei migliori vini e lascia cibi dentro i nidi, le tane e i cunicoli, allieta i sogni pomeridiani dei proprietari più cinici. // Prosegue, o le farfalle saranno cimici e ore calde cadran presto tra i fili del grano, con le spalle bianche e le anche larghe sfiora l’acqua con gli indici, segna l’incipit per dirigersi verso il grande pantano// toglie ogni scarpa, e scatta scalza verso il fosso divenuto un corso d’ acqua all’ombra della lavanda, prende una bacca da un cespuglio rosso di rovi, più grosso del colosso di Rodi, le spine armano il bosco di bossoli nuovi//libera i capelli dai nodi, era bella in ogni tratto e nei modi, con gli occhi grandi di una bimba e la pelle come una ninfa dei monti, sotto cui scorreva linfa così verde che si perde nei mondi// degli alberi antichi scolpiti dal tempo, morendo cosparsi di rami rachitici simili a fil di ferro, è tra quelli che vede Alfeo, giovane e tenero, a un palmo dal mento, nel palmeto in mezzo al vento, è il figlio dell’oceano.// Investimi di nuovo, che stili di nuoto potrei esercitare per venire da te e vestirmi di tee e riempirmi di vuoto Versare una donna dentro un uomo, spargere quest’acqua sopra il fuoco, argine del logos, margine del luogo in cui invertiamo il moto per non incrociare le nostre linee Alfeo, fermo in mezzo a dei gigli, calpesta i fiori, è il più grande dei figli di una famiglia di pescatori, ha la fama di spezza-cuori e tra gli alberi grigi accanto alle lepri e i conigli allarga la cerchia di spettatori// Col petto già in fuori, vede Aretusa, ne ammira le pose, la bella andatura, la linea, le mosse, lui alterna gambe rosee e guance rosse e corre veloce forse rendendo le fronde folte fosse per quanto fosse forte// Si avvicina e l’avvisa, un colpo di tosse, lei ignora i suoi segni con quei silenzi che non sono risposte,poi fugge dalle sue morse impaurita,con grazia inaudita, in salita continua verso le coste// Si nasconde in mezzo ai lembi di terra, sotto ai nembi, sui campi verdi di erba, laddove parte la via stretta per la fattoria vecchia in cui ognuno prega in fretta e trema alla stregua della strega della steppa greca//là che si disseta, Minerva la cacciatrice, in vetta ripara un fucile di guerra col cacciavite, nota per gli scherzi della psiche, alterna la faccia da tigre a rughe in faccia per quanto lei faccia ridere// Vede Aretusa fuggire e le sorride, dice la barca sua ancorata al pontile sia disponibile, le dice di partire quanto prima verso ogni cortile, tra le cortine sulle colline delle Sicilia// Il viaggio la sigilla ad Ortigia ed ogni anno Alfeo arriva sulla costa granitica con la camicia, elegante per ricordare la vigilia dell’ incontro con la bellezza fisica più importante della sua vita// Pensa lei abbia perso la partita da vittima con la corrente marittima e ogni sua sfumatura vitrea, a casa non l’hanno più vista, e il padre è andato via stanco lavorando tanto o verso il caldo di un’ isola.// Così un giorno fa la scelta fatidica, ha il sudore sulla fronte come quando con stupore la vide sulla fonte, ora si fonde con lei nelle onde come se queste si aprissero come porte e gli servissero da ponte// E arriva sulle rocce al tramonto arrancando travolto al porto dallo sconforto e dal gran caldo, sotto un cielo viola e amaranto, cade dentro il Mar Ionio come un sasso marmoreo verso la donna che ama tanto// Corallo

Orazio Emmolo

Orazio Emmolo

Ho sempre pensato a 97100 come un contenitore di cose belle, ora è realtà e tendo a riempirlo di musica che ascolto e commento in maniera diretta senza fronzoli.
Nella vita mi occupo di comunicazione e di business, sono appassionato di musica e di infrastrutture, strade e autostrade.

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