Offrire ai detenuti una pena rieducativa che permetta loro di imparare un mestiere per poi reinserirsi nella società. E’ questo l’obiettivo dell’iniziativa “Mi riscatto per Roma”. Il progetto prevede l’ordinaria manutenzione delle strade della Capitale, riparare con asfalto caldo le buche, pulire i tombini e disegnare le strisce pedonali. I lavori di pubblica utilità avviati qualche giorno fa, sono stati affidati ad un gruppo di detenuti volontari di Rebibbia, non socialmente pericolosi. Ciò è stato possibile grazie ad un protocollo d’intesa sottoscritto la scorsa estate tra Roma Capitale, DAP (dipartimento amministrazione penitenziaria) e la Società Autostrade per l’Italia. I detenuti hanno seguito un corso di formazione durato tre mesi con il rilascio di un attestato professionale, per operare come asfaltatori e manutentori di strade. Tale progetto rientra nelle opportunità previste dal Decreto Legislativo dello scorso ottobre 2018 (articolo 20-ter) relativo alla Riforma dell’ordinamento penitenziario.

Ogni giorno siamo letteralmente “aggrediti” da un numero infinito di notizie negative e quando ne capita una decisamente positiva come questa, credo sia importante metterla in evidenza e magari farla diventare una occasione per riflettere su un argomento poco attenzionato, come quello che riguarda le persone che scontano una pena detentiva. La cronaca giudiziaria ci presenta quotidianamente eventi che diventano un modo per spettacolarizzare il crimine, il più delle volte “fine  a se stesso”, cioè che non offre nessuna speranza di riscatto. Eppure non è così. Oltre alle  necessarie attività di repressione delle forze dell’ordine,  per i  crimini mafiosi, di malaffare legato alla corruzione e di omicidi efferati che sono di notevole importanza per la salvaguardia della nostra società, ci sono tutta una serie di reati cosiddetti”minori”, nei quali rientrano le pene detentive di un esteso numero di persone che dopo aver scontato la pena, si ritrovano spesso senza possibilità di lavoro, magari abbandonati a se stessi anche dalle famiglie e che quindi rifiutati dalla collettività, possono tornare a delinquere, perché appunto non hanno e non trovano alternative.

A tutta questa gente si sta cercando di offrire l’opportunità di un riscatto, attraverso tante e diversificate iniziative che si svolgono sia all’interno che all’esterno del carcere. Tuttavia, è necessario che la società civile riesca ad abbattere un muro che è molto più “solido” rispetto a quello del carcere. Mi riferisco al muro del pregiudizio che si concretizza applicando un vero e proprio “marchio”  ad un detenuto, difficile da cancellare , da eliminare nonostante tutti gli sforzi possibili che la persona in questione mette in atto. E’ anche vero che la paura innesca meccanismi di rigetto nei confronti di questa gente, che ha un vissuto spesso costellato da tantissime sofferenze.

Il modello di Roma è già stato applicato dal DAP ad altre città metropolitane, dove sono stati sottoscritti analoghi protocolli d’intesa con i sindaci e i presidenti dei tribunali di sorveglianza. Mi chiedo se si può realizzare anche da noi. A Ragusa abbiamo un carcere con tanti reclusi e tra loro ci può essere qualcuno che vorrebbe usufruire di tale opportunità. La parola passa, naturalmente, agli organi preposti che mi auguro siano interessati a concretizzare anche nella nostra città questo progetto.

Gianna Cataudella

Gianna Cataudella

Nata a Ragusa è giornalista, poeta e critico letterario. Ha scritto per il Giornale di Sicilia ed ha collaborato con varie riviste e periodici a livello nazionale. Ha pubblicato diversi volumi di poesia e curato le prefazioni di testi poetico- letterari per varie case editrici. Per oltre un decennio è stata direttore responsabile di Radio Kàris Ragusa.

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