Michele Arezzo, scrittore e sceneggiatore ragusano, rievoca sul palco le vite coraggiose di chi la mafia l’ha combattuta e continua a combatterla ogni giorno. Lo spettacolo porta la sua firma e quella di Roberta Gurrieri.

Poteva essere un convegno o una conferenza. Invece certe storie, certe vite coraggiose andavano restituite in una maniera che una volta per sempre restasse indelebile.
Perché la spinta, fortissima e travolgente, parte da chi questo spettacolo l’ha scritto, dalla necessità di raccontare storie che la gente ha bisogno, allo stesso modo, di ascoltare. “Carusi – Storie di Antimafia” è una serie di quattro spettacoli dedicato non ad eroi, non a martiri, né santi. Solo carusi che nella vita hanno deciso da che parte stare. Carusi dai volti meno noti, dalle storie meno celebri, con nomi e cognomi meno altisonanti.

Così, attraverso la forma del teatro di narrazione, Michele Arezzo – sceneggiatore e scrittore ragusano – non porta sul palco alcun personaggio, non sostituisce la sua identità con un’altra, ma racconta, in poco più di un’ora, vicende, fatti, azioni, menzogne e verità nascoste. La narrazione, spesso toccante, è scandita dalle musiche originali del Maestro Peppe Arezzo. Solo, su uno sgabello, al teatro “Il Palco” del centro culturale MASD di Ragusa, Michele Arezzo trascina con sé la gente dentro la storia e svela, parola dopo parola, la viltà della mafia e la fermezza di chi l’ha combattuta e continua ancora oggi a combatterla.

Lo spettacolo, ideato e scritto insieme a Roberta Gurrieri, punta a prendersi gli ultimi 50 anni di Sicilia: una mappa, una linea del tempo che abbraccia più ambiti e periodi. Lo scorso novembre la prima è stata dedicata a Placido Rizzotto, sindacalista assassinato dalla mafia nel ’48. Solo 64 anni dopo, nel 2012, alla presenza del Presidente della Repubblica Napolitano furono celebrati i funerali di Stato.

Domenica 10 febbraio, alle 18.00, durante il secondo appuntamento verrà raccontata invece la storia di Cosimo Cristina, il giornalista 25enne “suicidato” da Cosa nostra, il primo. Un giovane risoluto che con le sue inchieste su l’Ora di Palermo e su Prospettive Siciliane, giornale da lui stesso fondato, aveva iniziato a infastidire la mafia di Termini Imerese che, nel 1960, si premurò di metterlo a tacere per sempre inscenando un suicidio. Un’imperdibile opportunità dunque, per i ragusani, di conoscere storie dimenticate, ma indimenticabili. Un modo per fermare, anche se per poco, ogni frenesia e restituire a questi carusi lo spazio che a loro spetta. Nella nostra memoria, nella nostra coscienza.

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