Una delle interessanti novità del momento è il recente ed importante riconoscimento del Burnout come effettivo stato di malessere vissuto sul posto di lavoro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), infatti, lo ha inserito nell’International Classification of Desease (ICD), la tabella globale delle patologie e delle condizioni di salute; non come vera e propria “malattia”, ma come stato capace di influenzare in modo incisivo e negativo la salute della persona.
In ambito sociale il Burnout non è di certo una scoperta; per gli addetti ai lavori è noto come la “sindrome dell’operatore bruciato” poichè interessa primariamente le relazioni di aiuto, quindi tutte quelle professioni dove gli operatori sono a contatto con un particolare tipo di utenza.
Il riconoscimento di questo stato di malessere “cronicizzato”, però, trasforma i termini di questa definizione guardando la relazione fra lavoro e Burnout in modo del tutto diverso e innovativo considerando qualsiasi ambito occupazionale o di ricerca dell’occupazione, dando così ampio respiro ai lavoratori e ai ricercatori di lavoro, esasperati da fatti e contesti: questa è un’ottima notizia, più o meno rassicurante!
La principale causa del Burnout è la stanchezza mentale, stress accumulato che se non è adeguatamente esternalizzato, può portare a vivere momenti di sconforto, scoraggiamento depressione, isolamento e, soprattutto, evidente inefficienza al lavoro. Le energie si esauriscono, la pazienza diminuisce ed il tempo si ferma.
Il Burnout è diverso dalla normale stanchezza di tutti i giorni, non si tratta di noia o di un banale “non voler fare” perchè nella maggiore parte dei casi è un “non riuscire a fare”, lasciandosi investire da un profondo senso di inutilità e frustrazione per non riuscire a fornire delle risposte o non riuscire a risolvere un caso o un problema.
Parlare di benessere e salute mentale rispetto al lavoro, nel lavoro e per il lavoro, non è una questione dagli approcci semplici e lineari, soprattutto perchè oltre al contesto lavoro ognuno di noi vive in altri contesti, possibilmente con altre situazioni o problematiche. Quindi se anche dentro il nostro ufficio non riusciamo a distogliere pensieri e malumori poichè proprio lì ne troviamo altri, come pensiamo che andrà la nostra giornata lavorativa?!
A questo punto serve domandarsi cosa genera questa difficile stanchezza mentale. Ciò richiama l’attenzione su altri scenari legati alla qualità di ciò che stiamo facendo; il primo riguarda la dimensione sociale, politica ed economica dove i vari contesti dispongono di quasi troppe poche risorse per fronteggiare qualsiasi tipo di domanda, il secondo è legato ai cambiamenti in atto, sempre più rapidi e imprevedibili rispetto alle regole e alle formazioni che, nel giro di poco tempo, sono “superate”, il terzo scenario riguarda situazioni più specifiche e fortemente demolitrici, dal mancato riconoscimento da parte dei colleghi ai casi più forti di discriminazione e mobbing che non trovano denunce. Chi vive il Burnout, ad un certo punto, non sa più cosa offrire o cosa poter dire ed ecco che gioca un ruolo importante la supervisione garantendo canali privati di ascolto. In qualche modo, vale la stessa regola per chi è alla ricerca di lavoro e trova “porte chiuse” ovunque, perché la disoccupazione genera spesso depressione. I percorsi di tutela, insomma, non sono mai troppi quando si parla di disagio, servono attenzione e monitoraggio continui per cercare di stare bene anche al lavoro che prima di essere un dovere, é un diritto, uno tra i più fondamentali.

Rita Spagnolo

Rita Spagnolo

Assistente sociale e studentessa del corso di laurea magistrale in Pubbliche amministrazioni dell'Università degli Studi di Catania.
Creare una realtà sociale nuova per l'ascolto e la soluzione dei problemi è il primo di una lunga serie di sogni.

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