E’ necessario creare un efficiente sistema di governance per arginare ma anche per prevenire il femminicidio. Questa l’indicazione prioritaria che è emersa dal Corso di Cultura Civica sulle violenze familiari e di genere che ha proposto il tema “Un caso di femminicidio non è un caso.” L’incontro è stato organizzato dal Consorzio Universitario Ibleo, Istituto di Diritto, Economia e Scienze del Territorio e si è tenuto di recente presso l’aula magna del Consorzio a Ragusa Ibla.  La relazione sui dati, di questa che è ormai diventata una vera e propria emergenza sociale, è stata affidata a Cesare Borrometi, presidente del Consorzio Universitario, che ha puntualizzato come sia molto scarsa l’informazione relativa al femminicidio, che non è solo un fenomeno criminale ma sostanzialmente culturale. Bruno Giordano, magistrato della Corte di Cassazione, ha precisato che i recenti fatti di cronaca accaduti a Ragusa, hanno anticipato l’avvio di questo corso, che era previsto per il prossimo autunno. L’intento è proprio quello di rompere il muro di indifferenza, del silenzio e dell’omertà sul femminicidio, termine però piuttosto riduttivo per quello che non si può definire  “un fenomeno”, ma che è un delitto e come tale ha una sua precisa connotazione. Per poter capire questa realtà è necessario andare oltre i numeri, i dati e provare a decodificare tutti i fattori che contribuiscono allo sviluppo di questa tendenza sociale.

Bruno Giordano ha spiegato che bisogna uscire dai cosiddetti “luoghi comuni”, che sono spesso utilizzati come possibili chiavi di lettura, per definire quello che è esclusivamente un delitto premeditato in maniera chiara e lucida, dall’uomo nei confronti della donna. Esistono comunque tutta una serie di concause che interagiscono fra loro, ma che hanno alla base l’intento, da parte dell’uomo, di controllare totalmente all’interno di una relazione affettiva, la vita della donna. Più volte è stato citato il raptus, definito “gesto passionale imprevisto”, che però per i magistrati non esiste come tale, come non esiste anche “l’amore malato”, altro termine da non usare mai quando si parla di un femminicidio, perché è una chiara contraddizione, poiché chi dice di amare non uccide. In realtà questo è modo per giustificare il delitto compiuto. Proprio su questo punto Federica Scuderi, sostituto procuratore di Gela, ha precisato che questa potrebbe essere una tendenza che affonda le sue radici nel passato, cioè nel ben conosciuto“delitto d’onore”vigente in Italia durante il fascismo con il Codice Rocco,  e che fu abrogato   con la legge 442 del 5 settembre 1981.

Inoltre, il magistrato ha affermato che la progressiva emancipazione femminile, che si è sviluppata nel tempo, ha permesso alla donna di prendere coscienza della tendenza dell’uomo di esercitare il possesso all’interno di una relazione affettiva, e quindi come ciò può caratterizzare una pericolosa deriva che genera violenza in ambito domestico, sino alle estreme conseguenze. Anche se su  questo punto c’è ancora tanta strada da fare da parte delle donne, che devono imparare ad essere più vigili e pronte a troncare questo tipo di relazioni pericolose.

Ma per poter intervenire in tempo è necessario quindi creare una rete di collaborazione tra le diverse componenti che ruotano attorno al problema, quali la scuola, le agenzie educative , le varie istituzioni, i servizi sociali, la pubblica sicurezza, ma anche chiunque voglia fare la propria parte per trovare soluzioni capaci di arginare questa terribile “devianza affettiva” di natura criminale.

Gianna Cataudella

Gianna Cataudella

Nata a Ragusa è giornalista, poeta e critico letterario. Ha scritto per il Giornale di Sicilia ed ha collaborato con varie riviste e periodici a livello nazionale. Ha pubblicato diversi volumi di poesia e curato le prefazioni di testi poetico- letterari per varie case editrici. Per oltre un decennio è stata direttore responsabile di Radio Kàris Ragusa.

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