“Mi amo e vivo a mille.” E’ una delle tante frasi che mi ha colpito di Anna Chiara, 27 anni, autrice della pagina Instagram Io parto sola, fotografa, creatrice di contenuti, donna con una grande voglia di raccontare al mondo la sua quotidianità. Originaria di San Severo, a febbraio del 2019 Anna decide di fare del viaggio un vero e proprio progetto di vita e parte da sola con l’idea di visitare e lasciare una parte di sé in tutto il mondo.

– Raccontaci un po’ di te e di questo straordinario periodo della tua vita.

Sono davvero sorpresa dell’impatto che Io parto sola sta avendo in rete e dell’interesse che suscita in giovani blogger, testate giornalistiche e associazioni culturali. E’ un periodo davvero prolifero di proposte e collaborazioni che rispecchiano totalmente il mio modo di  essere e di viaggiare. E’ meraviglioso vedere come chi mi scopre ed in seguito mi legge, capisca ciò che faccio e quale sia il modo giusto di rapportarsi alla mia poetica. Questo mi regala tanta gioia, e mi fa sentire che le energie che metto per entrare – con le mie fotografie e in più generale con i miei contenuti – in una nicchia artistica sono del tutto giustificate e i miei sforzi di conseguenza interamente ripagati. Ci tenevo quindi a ringraziare te e tutte le altre meravigliose blogger o giornaliste che mi chiedono di raccontare qualcosa la mia storia.

Se mi chiedi di questo periodo della mia vita la parola “straordinario” non potrebbe essere più azzeccata. Una mattina mi sono resa conto che quelle incredibili avventure, le bellezze che il mondo ti mette a portata di occhi ogni giorno, e il sensazionale che le culture suscitano in chi ha sempre vissuto una vita ordinaria, in cui l’approccio con lo straordinario è del tutto sporadico e periodico, stavano diventando la mia normalità. Oggi dopo un anno questa vita è la mia vita, la mia normalità, la mia fantastica routine. Sono molto felice per l’opportunità che mi sono donata: questo viaggio attorno al mondo, nei miei sogni da sempre, mi ha resa una persona, una donna, un’artista migliore.

– Come e quando è nata la tua passione per la fotografia?

Avevo 16 anni. Usavo una piccola compatta ed immortalavo la realtà del paese, del liceo; così per gioco, in comitiva mi chiamavano “la fotografa”. Poi un giorno papà portò a casa un vecchio scatolone lasciatogli in regalo da uno zio che lavorava nel settore. Era pieno di vecchie macchine fotografiche analogiche, rullini, flash, obiettivi, persino un cavalletto che ai tempi non capivo cosa fosse, per quanto antico. Non credo che potrei scordarlo mai: vidi questa piccola Olympus del ’63, nera, con le rifiniture in acciaio lucido, pesante come poche cose avessi stretto tra le mani, bellissima e perfetta nonostante gli anni.

Ricordo che appoggiai l’occhio sul mirino e senza averlo mai fatto prima, misi a fuoco, inquadrai, scattai. Mi viene da piangere al ricordo della naturalezza di quel gesto, come se non avessi fatto altro per tutta la vita, come non potessi fare nient’altro per il resto della vita. Ai tempi infatti cantavo, componevo, dipingevo, scrivevo, creavo, sentendo che l’arte mi possedeva e mi apparteneva. Ma poi è arrivata la fotografia, che mi ha letteralmente scoperta, scovata, raggiunta: e quando è accaduto, ho capito che tutto ciò che avevo sentito mio prima di quel momento non era mai stato veramente tale, e che niente sarebbe mai stato veramente mio a parte quella macchina, quello strumento , quella specifica arte. La fotografia mi ha trovata ed io ho trovato me stessa nella fotografia.

– Durante i tuoi viaggi mostri e ci racconti la cultura e le tradizioni del luogo attraverso scatti fantastici, ma si tratta sempre di scatti rubati o qualcuno lo accordi prima con il soggetto fotografato?

Ho una politica molto severa in merito: sono cresciuta, fotograficamente, rubando scatti di street art. Andavo in giro con la camera, fotografavo la vita quotidiana e quelli che se secondo me, di essa erano i momenti perfetti. Quando sono entrata alla Bauer, l’accademia in cui mi sono diplomata dopo la laurea triennale in comunicazione e giornalismo, a Milano, è cambiato tutto: ho imparato i principi fondamentali del rispetto e del diritto che ogni essere umano ha di accettare di essere ritratto o meno. Sono cose con cui non si scherza e che ho cominciato a prendere più in considerazione. Adesso su questo si fonda tutto il mio lavoro: ho imparato che rubando l’unica cosa ottenibile è uno scatto fortunato, e che il vero lavoro inizia quando sei tu che crei, quasi precedendo il momento. Io costruisco pazientemente nell’attesa che qualcosa accada, scatto quando tutto è come dico io, e i miei soggetti sono raramente inconsapevoli. Credo che la bellezza di una fotografia sia direttamente proporzionale alla verità che ritrae e al rispetto con cui viene ritratta. Il mio segreto – che poi un segreto non è – rappresenta solo il frutto di anni trascorsi a creare un linguaggio fotografico mio, un linguaggio che vede al centro luoghi, persone, culture, attraverso cui raccontare storie incredibili, pure e vere.

– Ritenendo l’atto fotografico un’azione molto intima, quanto è difficile, soprattutto in casi come i tuoi, entrare in intimità con il luogo e con i soggetti interessati?

Non è sempre facile. Ma la gentilezza attrae gentilezza, i sorrisi ricevono sorrisi. Se ti poni nel modo corretto il soggetto si sente al sicuro, ed io non scatto mai prima che questo accada. Chi mi ha vista a lavoro in viaggio può confermarlo: non manca mai una parola, una carezza, una stretta di mano. La collaborazione tra soggetto e fotografo è tutto per me, e se il soggetto non è a suo agio, quel disagio verrà svelato dalla fotografia. Se consideriamo la mera fase di produzione, i risultati fotografici non sono manipolabili prima di quella di post produzione: la foto è quella e dice tutto; non puoi cambiare le linee del viso perché il soggetto muti espressione né tantomeno aggiungere gioia, serenità, feeling, con Photoshop. Al di là del quotidiano viaggiare, dello spostarmi, e dello scorrere tranquillo delle giornate più “normali” è anche la scelta del tipo di esperienze che vivo o la sorpresa di quelle che mi trovo a vivere, ad aiutarmi nella costruzione dell’intimità con i soggetti che ritraggo.

Mi spiego meglio: generalmente viaggio il più possibile fuori dalle tratte turistiche più comuni e maggiormente soggette allo sfruttamento, a volte incontrollabile, da parte delle masse. A volte scelgo con accuratezza cosa voglio fare perché magari nella mia testa è già nata una storia o perché sento che un determinato luogo mi attrae visivamente e quindi artisticamente. Altre invece mi trovo gettata nella mischia delle situazioni più improbabili e inaspettate, e trovo la mia storia nascosta tra la meraviglia dello spontaneo del non programmato. Ogni fotografo è diverso, io attraggo e sono attratta da ciò e da chi sento che può arricchirmi come persona oltre che come fotografa. E questo rende tutto facile! La macchina fotografica è un prolungamento del mio braccio e un’estensione del mio occhio; molto spesso mi sono sentita dire, nelle lingue più improbabili e nei dialetti locali più incomprensibili, dopo uno scatto o una serie di scatti, o dopo un lungo periodo passato a ritrarre cose e persone per il mio storytelling: “era come se tu non fossi qui” E per un fotografo, questo, è il complimento più  bello di sempre.


– In luoghi così distanti (culturalmente) dal nostro modo occidentale di concepire l’arte, come viene vista la fotografia e l’atto in sé?

Questa è una domanda bellissima, soprattutto se come nel mio caso la protagonista è l’Asia. Ho davvero avuto pochi problemi con il consenso o con la percezione del mio mestiere in sè, o ancora più banalmente con la concezione del semplice atto di scattare. In Asia i locali sono felici di farsi fotografare, alle volte la predisposizione alla foto è tale da stonare anche con i miei intenti. Non limitandomi a fare click e a collezionare momenti da portarmi dietro fino a casa, alle volte c’è anche troppa partecipazione, che però reputo giustificata da tutta una serie di motivazioni relative ad uno sviluppo tecnologico meno avanzato del luogo o dall’approccio nuovo, e sicuramente più raro, con nazionalità sconosciute e culturalmente lontane. Credo che le due cose assieme, inevitabilmente risultino attraenti e curiose. Ovviamente la cosa muta da paese in paese: nelle nazioni più povere spesso si chiedono soldi, le comunità musulmane a volte non vogliono essere ritratte, ci sono limiti durante gli atti religiosi e restrizioni dovute a questione di genere e appartenenza sociale. Mi sono abituata, anche se alle volte mi sono arrabbiata. Oggi persistono situazioni che nella mia mente non trovano un senso o una giustificazione, ma indipendentemente da questo la conclusione a cui arrivo è sempre la stessa: io racconto, non faccio inchiesta, sono una fotografa e non una paladina. Sono l’ospite, non la padrona: non ho alcun diritto di giudicare, di sentirmi offesa o di reagire con astio a tutto ciò che non mi coinvolge a causa della mia provenienza o del mio sesso. Ovviamente chi mi segue sa che questo accade lo stesso, che spesso mi sfogo per cose ingiuste o che reputo inaccettabili, ma vi assicuro che è solo per la mia sanità mentale. Quando è tutto passato torno al mio mood usuale, quello che mi permette di non arrendermi mai, di trasformare un disavventura in un’avventura, che mi permette di cogliere il vero tra il falso e di vedere il bello nel brutto. Io do ciò che posso e che sento giusto dare, ad un mondo a cui so che posso contribuire col dare, ma che da sola non posso e non sento giusto provare a cambiare.

– Arrivata a questo punto, c’è qualcosa che ti piacerebbe fotografare in particolare?

Tutto? Niente? Non so darti una risposta specifica. Posso dirti in anteprima e annunciare pubblicamente che sarò la fotografa ad un matrimonio indiano in primavera, e che le mie foto in generale dell’India vi faranno perdere la testa. Sto lavorando come una matta e vedo i risultati del mio impegno e della passione in cui lo intingo farsi sempre più grandi ogni giorno. Sto davvero cercando di evolvermi da ogni punto di vista, nell’attesa che arrivi un’occasione lavorativa che mi permetta di raccontare come sto imparando a fare e che consenta alle mie storie e alle mie parole di viaggiare per il mondo, proprio come faccio io!

Leandra Russo

Leandra Russo

Classe 92. Fotografa e amante dell'arte.
Attenta osservatrice, catturo emozioni per crearne dei contenuti.

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