Il luogo comune del giovane che ignora le proprie origini e la propria cultura non è sempre vero, tra tanti ragazzi che hanno perseguito studi universitari fuori sede molti hanno scelto di dedicare tesi e progetti alla loro terra natìa. Tra questi c’è anche l’architetto ragusano Adriana Mancuso, laureata presso il Politecnico di Milano, che nel suo progetto di tesi ha recuperato il Mulino Curiale facendolo rinascere sotto il segno della cultura. Il Mulino della Cultura, questo il titolo di uno studio che affronta una memoria collettiva che dopo la chiusura del pastificio Santa Lucia è rimasta una tetra presenza, un vuoto senza dialogo con la città.

Una memoria storica scandita, come si legge nella tesi, anche dalle sirene di apertura e chiusura del pastificio e adesso volume silente in mezzo alla città. Il tuo sopralluogo è stato illuminante nel definire l’obiettivo del tuo progetto, ovvero restituire il Mulino alla città:

La fase di sopralluogo è stata fondamentale per la definizione del progetto. Se dall’esterno il volume del mulino appare come una presenza incombente e austera, al suo interno accoglie spazi dal grandissimo potenziale: come tutti gli spazi industriali, troviamo ambienti molto ampi, altezze estranee a qualsiasi altra realtà (perché legate alla grandezza dei macchinari e alla filiera della pastificazione), cortili interni e un volume dal carattere singolare, quello che conteneva gli ex silos, ovvero una torre alta 40 metri e completamente cava, dalla cui sommità si ha la possibilità di ammirare tutta la città di Ragusa, arrivando a godere pure della vista del mare. Come non lasciarsi ispirare da tanti stimoli?

Tanti stimoli che sembrano non essere stati colti dal Comune, infatti il PRG prevede la combo demolizione-nuove costruzioni, ma Ragusa ha davvero bisogno di altro cemento o è la via più semplice di procedere?

Assolutamente no. In città, come sanno tutti coloro che hanno avuto occasione di passeggiare per le strade, non è difficile imbattersi in edifici residenziali di nuova costruzione disabitati o in alloggi in cerca di inquilini. Ragusa ha già un rapporto tra abitanti e mq residenziali disponibili più che alto. Non solo la demolizione del mulino in favore di residenza rappresenta una ulteriore operazione immobiliare probabilmente inutile, ma si tratterebbe della perdita di una parte della memoria storica della città in favore di altro cemento. Si tratta piuttosto di vedere una opportunità: sfruttare gli spazi esistenti, ad oggi inaccessibili, da restituire in pieno alla città e ai suoi abitanti un caffè letterario, uno spazio per mostre, sale polifunzionali, una scuola di moda e laboratori di taglio e cucito, un belvedere sulla città accessibile tramite una rampa elicoidale e una piazza coperta con bistrot per conoscere i prodotti tipici del luogo, anch’essi parte del nostro bagaglio culturale.

È un progetto culturale ambizioso, in linea con quelle realtà capaci di mettere a frutto le loro risorse in maniera sostenibile, i cosiddetti Distretti Culturali Evoluti, ma noi nonostante le possibilità rimaniamo inerti ad osservarle, mentre potremmo prenderne spunto. Cosa ci manca per fare questo passo?

Ciò che è necessario perché la situazione possa cambiare è la volontà di scommettere sulla popolazione e sulla cultura. È chiaro che un progetto di riqualificazione in senso culturale ha un ritorno economico ben diverso da quello degli affari immobiliari. È questo il nocciolo della questione: riuscire a capire che la cultura arricchisce, che gli spazi che permettono il dialogo e lo svolgersi di attività intellettualmente stimolanti costituiscono ricchezza per la città, che alcune volte è necessario parlare non soltanto di crescita (in senso quantitativo), ma anche di sviluppo (in senso qualitativo). E se fosse la città stessa a offrirci l’occasione di dar vita a un contenitore di idee?

Scommettere su noi stessi e la nostra cultura, credi che la sirena del Mulino tornerà a suonare?

Spero di sì! È l’ora di provare a non essere più gli spettatori dei lungimiranti esperimenti portati avanti in altre parti d’Europa, ma parte attiva di un processo che punta sull’investimento mentale e culturale, per quanto complesso esso possa sembrare.

Carla Difranco

Carla Difranco

Innamorata dell’arte in ogni sua forma. Attenta alle novità del presente, consapevole del passato e con uno sguardo al futuro.

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