“Dispari” è il primo libro di Josè Stancarone edito da Les Flâneurs Edizioni, che attraverso il dialogo tra un eccentrico professore e la sua allieva Sara, ci parla di errori, di fallimenti e di diversità, accompagnando ognuno di noi alla scoperta della nostra “unicità”. Ne parliamo con l’autore, che ci spiega la genesi della sua opera prima.

Josè, come nasce l’idea di “Dispari”?

Tutto nasce dalla mia personale esperienza sia come studente che, successivamente, come docente. Nel corso degli anni mi sono reso conto di come il rapporto docente-studente non sia unidirezionale, bensì un continuo scambio di storie di vita, di esperienze, di spunti differenti. Riflettendo sul mio percorso formativo e lavorativo, mi sono reso conto di come spesso la diversità, non venga vista come una risorsa, ma come qualcosa da correggere. Ho capito che bisognava spezzare questo preconcetto perchè, spesso, nel corso delle mie lezioni o nel confronto con altri colleghi, mi rendevo conto che le risposte sorprendenti, quelle geniali, provenivano proprio dai diversi, dai ragazzi che non interagivano frequentemente a lezione o sembravano spesso distratti. Anche io, pur essendo poi diventato un docente, ho avuto problemi a scuola e ho voluto esprimere nel libro una nuova dimensione della diversità vista come risorsa e non come limite.

Quindi è un racconto autobiografico?

No, non è autobiografico, ma per alcuni dialoghi ho preso spunto dai discorsi sviluppati nel corso degli anni tra me e i miei studenti. Il libro essenzialmente parla di fallimento e ti fa vedere come affrontandolo e superandolo si giunga ad un processo di miglioramento della persona. Noi viviamo in una società in cui vige il culto della perfezione: ci sforziamo di essere perfetti, di appartenere ad una maggioranza, ma ognuno di noi è unico, e spesso questa unicità ci fa sentire fuori luogo, soli, disadattati, diversi. Perchè ci ostiniamo a voler appartenere a questa maggioranza? Per sentirci più sicuri, meno soli: è questa mentalità che ci fa percepire il fallimento come qualcosa di catastrofico. Lo stesso avviene con le sensazioni negative della nostra vita, invece di affrontarle, le eliminiamo. Il fallimento è il preludio alla crescita, alla trasformazione, al cambiamento e per capirlo, molto spesso, il ruolo dell’insegnante diventa decisivo. Ancora oggi, scrivendo alla lavagna  e talvolta sul quaderno, riaffiora il ricordo di me da bambino, per il quale ogni errore, ogni fallimento, ogni incertezza  era motivo di rimprovero “

A tal proposito, il tema della didattica, nello specifico quella a distanza,  è stato uno degli argomenti più discussi di questo periodo. Qual è la tua opinione a riguardo?

Personalmente, penso che l’apprendimento non sia solo un processo cognitivo ma soprattutto emotivo. La  tecnologia deve essere uno strumento a sostegno del lavoro dell’insegnante e dell’apprendimento dello studente: può far crescere, può servire ad approfondire ulteriormente l’argomento, ma non può e non deve sostituire il lavoro in classe. La tecnologia non può essere una misura ordinaria di istruzione; potrebbero implementarne l’uso nei progetti extra scolastici per abituare i ragazzi allo smart working o al telelavoro e sviluppare ulteriori skills. L’uomo non deve sacrificare se stesso per il proprio lavoro: deve raggiungere i propri obiettivi nel rispetto delle proprie funzioni vitali, senza diventare un mero automa di se stesso. A tal proposito, solo lo sviluppo di un’etica della tecnologia, che venga rispettata nella quotidianità contemporanea, potrebbe risolvere molti problemi, rendendo i ritmi di ogni lavoratore meno estenuanti.

A proposito di lavoro: che consiglio daresti a chi, per la prima volta, vorrebbe cimentarsi nella scrittura di un libro?

Secondo me, tutti sono in grado di scrivere un libro, il problema è “cosa” scrivi. Io, ad esempio, non mi sentivo in grado di scrivere un romanzo articolato, in quanto  ero più focalizzato sui dialoghi, sulle emozioni che questi avrebbero trasmesso. Non mi interessavano le descrizioni dei contesti, dei personaggi, volevo focalizzarmi sul dialogo, permettendo ad ogni lettore di immaginare interiormente le scene, i dettagli e accostarli alle parole dei personaggi.  Ho immaginato una pièce teatrale, in cui ciò che contava era il discorso tra l’insegnante e l’allieva: ecco perchè il libro è stato strutturato sotto forma di dialogo.

Molto spesso gli scrittori emergenti si lamentano del mondo editoriale. Come hai scelto la casa editrice? Ti sei posto delle condizioni?

Unica condizione che mi sono posto è stata quella di non pagare nessuna casa editrice per la pubblicazione del mio libro, in caso contrario, l’avrei pubblicato a mie spese su Amazon. Ho mandato il manoscritto sia a grandi case editrici che a quelle locali e alla fine io e Les Flâneurs Edizioni, ci siamo scelti a vicenda. La casa editrice  nasce nel 2015 grazie a un gruppo di giovani appassionati di letteratura e si pone come obiettivo la diffusione della cultura letteraria in ogni sua forma. Inoltre segue l’autore dall’editing alla promozione dell’opera. L’ho sentita molto mia, perchè ha valorizzato e riconosciuto la qualità del mio lavoro senza compromessi.

Un dialogo in cui la tematica della diversità si mescola alle nostre riflessioni sulla società contemporanea, protesa alla ricerca della perfezione. Da ciò emerge la consapevolezza che essere atipici, “strani” e fuori dagli schemi  è un baluardo della normalità. Una normalità “dispari”, in cui l’imperfezione diventa espressione di unicità all’interno di un mondo di “pari”.

Eleonora Orfanò

Eleonora Orfanò

Laureata nel 2016 presso l’Accademia di Belle Arti di Catania in Comunicazione e Valorizzazione del patrimonio artistico contemporaneo, partecipo parallelamente a corsi e workshop inerenti il settore artistico-culturale. Ad oggi frequento il corso di laurea magistrale in Storia dell’arte e beni culturali, presso l’Università degli Studi di Catania continuando a coltivare i miei svariati interessi.

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